Il punto bianco: un ponte tra musulmani e cristiani?

Written by Team divisionesvago.it. Posted in Bollettino

“In tutti quelli che nascono anche nel paese più violento del mondo, Dio mette sempre nel cuore un punto bianco”

È’ possibile il dialogo con i musulmani dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles?

Per rispondere a questa domanda abbiamo incontrato Farhad Bitani, che ci ha parlato di un punto bianco.

Farhad è  figlio di uno dei più potenti generali afgani ed ex capitano dell’esercito, ora mediatore culturale residente in Italia.

La sua infanzia è stata caratterizzata da un clima, per noi occidentali, di inaudita violenza: guerre civili, kalashnikov come giochi, cadaveri abbandonati, ragazze stuprate in strada, bombardieri, per lui unici ambasciatori dell’Occidente nel suo Paese.

Tra gli episodi da lui raccontati, tre sono quelli che ci hanno maggiormente impressionato.

La volta in cui andò allo stadio per assistere alle esecuzioni, che avvenivano tutti i giovedì e venerdì durante il governo dei Talebani, vissute dalla popolazione come un vero e proprio spettacolo. In questa occasione fu colpito dallo sguardo di due bambini costretti dal padre ad assistere alla lapidazione della loro madre, accusata di adulterio. Non conoscendo una realtà differente dalla violenza, non riuscì dire “è ingiusto”, tuttavia si chiese “perché?”.

Un altro motivo di riflessione gli giunse dalla madre, di fronte alla reazione di Farhad davanti ad una donna frustata per strada dai soldati. Il ragazzo le confessò il desiderio di emulare l’azione dei militari una volta diventato grande. In risposta la madre semplicemente gli chiese come avrebbe reagito se fosse stata lei quella donna.

L’ultimo episodio, vissuto in Iran in età adolescenziale, mise in luce l’ipocrisia che lo circondava. Il figlio del vicepresidente dei mujahidin, denunciato per uso di droga e abuso di donne, venne infatti solamente ripreso dal padre; questi non lo condannò per aver ignorato i valori dell’Islam, ma semplicemente gli disse di andare in Europa per fare quel genere di cose.

Una svolta nella sua vita avvenne quando, a seguito di ripetute minacce al padre, Farhad fu costretto a trasferirsi con la famiglia in Italia, per lui terra di infedeli. Qui rimase scioccato da comportamenti per noi normali, ad esempio un bacio tra due fidanzati, da lui invece percepito come offensivo, tanto da chiedere a Dio di poter uccidere questi infedeli per ottenere il Paradiso.

D’altra parte non poté fare a meno di rimanere altrettanto sconvolto da piccoli gesti disinteressati e gratuiti: l’attenzione di una donna che gli offrì un bicchiere d’acqua, mentre lui era uscito in strada piangendo per un litigio con suo fratello; la madre di un suo compagno dell’Accademia Militare Italiana, che lo si prese cura di lui persino di notte, perché febbricitante.

Paradossalmente questo mondo di infedeli lo ha aiutato ad andare a fondo della sua identità musulmana e ad accorgersi di una possibilità di dialogo vero. Nel periodo trascorso in Italia, ha avuto modo di conoscere veramente quelli che lui riteneva infedeli e questo lo ha spinto a riscoprire la sua religione, ad esempio con la lettura del Corano. Trovata la sua vera identità per lui è stato possibile aprirsi al dialogo, anche con i cristiani, fatto che può avvenire in quanto in tutti quelli che nascono anche nel paese più violento del mondo, Dio mette sempre nel cuore un punto bianco.